Benché condividano lo stesso profilo normativo, prodotti nutraceutici e integratori alimentari mostrano importanti distinzioni concettuali. In tale contesto, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare svolge un ruolo istituzionale chiave sia a livello di informazione che si produzione.
di Arcangelo Moro (Comandante SCFM), Martina Cantiani (Capo Sezione API SCFMI), Miriam Ascolese (Assistente Tecnico chimico-fisico SCFM)
Negli ultimi decenni il paradigma nutrizionale ha subito una profonda trasformazione concettuale. L’alimento non è più interpretato esclusivamente come fonte di energia, macronutrienti e micronutrienti essenziali, ma come matrice capace di supportare il funzionamento fisiologico di pathways metaboliche, espressione genica, signaling cellulare e risposta immunitaria sistemica.
In questo contesto si sono progressivamente affermati i termini integratore alimentare e nutraceutico, frequentemente utilizzati in modo intercambiabile poiché attualmente condividono lo stesso profilo normativo, sebbene i due termini abbiano notevoli differenze intrinseche nel significato.
L’integratore alimentare è definito dalla Direttiva 2002/46/CE, recepita nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 169/2004, come prodotto destinato a integrare la dieta comune e costituito da fonti concentrate di nutrienti o altre sostanze con effetto nutritivo o fisiologico, commercializzate in forme predosate atte a garantire un dosaggio controllato.
Il termine nutraceutica, coniato nel 1989 da Stephen De Felice, identifica invece l’ambito di studio delle sostanze bioattive di origine alimentare potenzialmente in grado di esercitare un effetto preventivo o coadiuvante nel trattamento di condizioni patologiche. Pur non disponendo di una definizione giuridica autonoma, la nutraceutica implica un livello di validazione scientifica superiore, avvicinandosi per metodologia e finalità all’ambito farmacologico.
Se l’integratore è finalizzato al ripristino o mantenimento di un adeguato apporto nutrizionale, il nutraceutico ambisce a esercitare un’azione funzionale mirata su specifici sistemi biologici. Tale pretesa richiede tuttavia un fondamento scientifico rigoroso.
Distinzione concettuale
Integratore alimentare – Ripristina o integra un apporto nutrizionale.
Alimento funzionale – Alimento consumato come tale con effetti benefici documentati.
Nutraceutico – Sostanza bioattiva con razionale fisiopatologico definito e validazione clinica, impiegata in ottica preventiva o di supporto terapeutico.

Figura 1 – Food Bioactive Compounds – Graphical Abstract (https://www.mdpi.com/2304-8158/10/1/37)
Definizione rigorosa di nutraceutica
Una definizione scientificamente fondata di nutraceutica può essere la seguente: “disciplina che studia e applica composti bioattivi derivati da alimenti, caratterizzati da meccanismi d’azione biologicamente plausibili e da evidenze cliniche a supporto del loro impiego nella prevenzione o nel supporto terapeutico di condizioni patologiche”. Ciò implica la presenza dei seguenti criteri:
- Origine alimentare o naturale – La sostanza deve derivare da una matrice alimentare o essere strutturalmente correlata a componenti presenti negli alimenti.
- Attività biologica dimostrabile – Deve esistere evidenza di un meccanismo d’azione con risvolti clinici misurabili (ad esempio attività antiossidante, supporto alla risposta immunitaria).
- Rilevanza fisiopatologica – L’effetto biologico deve essere correlabile a un pathway coinvolto in una condizione clinica definita.
- Validazione clinica – L’efficacia deve essere supportata da studi clinici controllati con endpoint clinicamente significativi.
- Finalità preventiva o coadiuvante – Il nutraceutico non sostituisce la terapia farmacologica, ma può integrarsi nella gestione preventiva o nel supporto terapeutico.
La necessità di evidenze cliniche a supporto dell’efficacia
La crescente diffusione commerciale dei nutraceutici impone una riflessione critica sul livello di evidenza che ne supporta l’impiego.
La plausibilità biologica di un composto – ad esempio la dimostrata attività antiossidante in vitro – non equivale automaticamente a efficacia clinica. La validazione deve fondarsi su studi clinici randomizzati controllati (RCT), adeguatamente dimensionati, con endpoint clinicamente rilevanti.
Un approccio metodologicamente corretto richiede:
- chiara definizione della popolazione target (criteri di inclusione/esclusione);
- standardizzazione del prodotto oggetto di studio;
- valutazione del profilo cinetico di assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione (ADME);
- analisi della sicurezza e del profilo di tollerabilità;
- follow-up sufficientemente prolungato per valutare outcome clinici significativi.
È essenziale distinguere tra variazione di biomarcatori intermedi e reale riduzione del rischio clinico. In assenza di tali requisiti, si rischia di sovrastimare l’efficacia o di generare aspettative non supportate da dati robusti.
La nutraceutica moderna, per consolidare la propria credibilità, deve adottare i principi dell’evidence-based medicine, integrando ricerca preclinica, sperimentazione clinica e vigilanza/sorveglianza post-marketing.

Figura 2 -Illustrazione scientifica degli Human Milk Oligosaccharides (HMO) e della loro interazione con il microbiota intestinale
L’uso dei nutraceutici a supporto delle terapie delle malattie rare
Le sostanze bioattive di interesse nutraceutico comprendono:
Carotenoidi – coinvolti nella neutralizzazione delle specie reattive dell’ossigeno e nella protezione dallo stress ossidativo;
Flavonoidi – dotati di proprietà antinfiammatorie, vasoprotettive e modulatrici della funzione endoteliale;
Saponine – potenzialmente attive nel metabolismo lipidico e nella modulazione immunitaria;
Amminoacidi – regolatori dell’omeostasi proteica e dei processi immunometabolici;
Vitamine e minerali – cofattori enzimatici essenziali nei processi di regolazione metabolica e nell’omeostasi sistemica.
In ambito cardiovascolare, metabolico e oncologico, diversi studi suggeriscono un possibile ruolo complementare nel ridurre lo stress ossidativo, modulare l’infiammazione cronica di basso grado e migliorare la qualità di vita (figura 1). Nel contesto delle malattie rare a carico del metabolismo minerale, tuttavia, l’integrazione non rappresenta una scelta opzionale, ma un intervento clinicamente necessario, finalizzato al ripristino di equilibri biochimici compromessi.
Il ruolo imprescindibile della valutazione medica
Sebbene gli integratori siano liberamente commercializzabili, il loro impiego non può prescindere da una valutazione clinica individualizzata.
La valutazione medica risulta essenziale per:
– definire l’indicazione appropriata;
– determinare la posologia ottimale sulla base del quadro clinico del paziente;
– prevenire interazioni con il piano terapeutico stabilito;
– monitorare l’efficacia e la sicurezza nel tempo.
In condizioni quali ipofosfatemia cronica, ipocalcemia, sindromi da malassorbimento, tubulopatie renali ereditarie o altre disfunzioni metaboliche, l’integrazione assume valore di presidio terapeutico complementare.
La medicina contemporanea si orienta verso modelli di nutrizione personalizzata e medicina di precisione, nei quali il nutraceutico rappresenta uno strumento clinico modulabile sulla base del profilo clinico individuale.

Le frontiere tecnologiche nella formulazione
Le tecnologie di rilascio avanzato applicate alla nutraceutica – liposomi, nanoemulsioni, nanocapsule lipidiche e sistemi a rilascio controllato – consentono di:
– migliorare la biodisponibilità di molecole scarsamente solubili;
– proteggere i principi attivi dalla degradazione gastrointestinale;
– modulare il rilascio nel tempo e nello spazio;
– ridurre effetti collaterali e migliorare l’aderenza terapeutica.
L’integrazione tra nutraceutica e nanotecnologia apre prospettive di maggiore precisione formulativa e personalizzazione terapeutica.
Una prospettiva traslazionale: gli HMO e il microbiota intestinale
Gli Human Milk Oligosaccharides (HMO) costituiscono la terza frazione solida del latte materno dopo lattosio e lipidi. Si tratta di carboidrati complessi non digeribili dall’ospite umano, caratterizzati da elevata specificità strutturale (figura 2).
Gli HMO svolgono un’azione:
– prebiotica selettiva: favorendo la proliferazione di Bifidobacterium spp.;
– antiadesiva: impedendo meccanicamente l’interazione dei patogeni con i recettori mucosali;
– immunomodulante: garantendo il corretto funzionamento del sistema immunitario;
– barriera-protettiva: rafforzando l’integrità dell’epitelio intestinale.
La modulazione del microbiota intestinale influenza la produzione di acidi grassi a corta catena (SCFA), con effetti sistemici su metabolismo, risposta infiammatoria e asse intestino-cervello.
L’interesse attuale si estende all’impiego degli HMO nell’adulto, in condizioni di disbiosi associate a sindrome metabolica, patologie infiammatorie croniche intestinali e disfunzioni immunitarie. Tuttavia, anche in questo ambito, risultano imprescindibili studi clinici controllati per stabilire sicurezza, posologia e reale impatto sugli outcome clinici.
Gli HMO rappresentano un esempio paradigmatico di nutraceutica traslazionale, fondata sull’interazione tra nutrizione, microbiota e immunità.
Il ruolo dello SCFM nella produzione di integratori minerali
Nel panorama della sanità pubblica italiana, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (SCFM) riveste un ruolo strategico nella produzione di integratori minerali indicati, tra gli altri, a pazienti affetti da patologie rare:
– Sali di fosfato: sono essenziali nel trattamento dell’ipofosfatemia cronica e nel ripristino della mineralizzazione ossea (figura 3).
– Sali di calcio: risultano indispensabili nelle condizioni di ipocalcemia cronica per il mantenimento dell’omeostasi minerale e la prevenzione di complicanze neuromuscolari. (figura 4).
– Sali di magnesio: costituiscono presidio terapeutico nelle tubulopatie renali ereditarie quali le sindromi di Gitelman e Bartter (figura 5).
– Lattosio GNE: destinato anche al supporto terapeutico nella Miopatia GNE (nota anche come GNE Myopathy, Hereditary Inclusion Body Myopathy o Nonaka myopathy), rara patologia neuromuscolare autosomica recessiva (figura 6).
Attraverso standard produttivi elevati e una missione istituzionale orientata alla tutela della salute pubblica, lo SCFM garantisce continuità di approvvigionamento e qualità certificata in ambiti terapeutici spesso non coperti dal mercato commerciale (acquistabili sul sito https://portalefarmaci.agenziaindustriedifesa.it).

Conclusioni
La nutraceutica rappresenta un’evoluzione concettuale dell’alimentazione verso un modello integrato con la medicina clinica, in cui il confine tra nutrizione e farmacologia diviene progressivamente più sfumato ma scientificamente più strutturato.
Tuttavia, la legittimazione di questo ambito non può prescindere da:
– evidenze cliniche robuste e metodologicamente validate;
– definizione chiara di indicazioni e popolazioni target;
– valutazione del rapporto rischio-beneficio;
– supervisione medica qualificata e personalizzazione dell’intervento.
Solo attraverso un approccio evidence-based è possibile distinguere tra semplice effetto fisiologico e reale impatto clinico, evitando derive commerciali prive di fondamento scientifico.
In tale contesto, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare si configura come attore istituzionale di riferimento nella produzione di integratori minerali e materie prime strategiche, destinate a bisogni sanitari specifici e, in particolare, alla gestione di patologie rare. La sua attività produttiva, caratterizzata da elevati standard qualitativi e continuità di approvvigionamento, contribuisce in modo concreto alla tutela della salute pubblica, rafforzando il ruolo dello Stato nel garantire accesso equo a presidi essenziali.
La nutraceutica, se sostenuta da rigore scientifico e appropriatezza prescrittiva, può rappresentare uno strumento complementare di valore nella medicina moderna, integrando prevenzione, supporto terapeutico e innovazione tecnologica in un quadro regolatorio e clinico ben definito.

Nella foto in apertura: controllo qualità nello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze




